martedì 21 febbraio 2017
 
 
 
I GIARDINI

 Le non poche volte che Goethe in lettere e appunti di viaggio descrive il paesaggio napoletano "... colline verdeggianti, dolci pascoli, campagne feconde, giardini di delizie ...", lo fa sempre con ammirazione ed entusiasmo per la natura rigogliosa spesso ingentilita con sensibilità e raffinatezza nell'arte di sistemare parchi e giardini.
Goethe, si sa, soggiornò a Napoli che correva l'anno di grazia 1787. A quel tempo erano già sorte, lungo la costa vesuviana, diverse delle ville e casini di delizie che l'aristocrazia napoletana andava edificando con grande sfarzo, desiderosa di creare una piccola corte intorno alla Reggia di Portici dove per lunghi periodi si tratteneva Carlo di Borbone.
Splendide e numerose, tanto che si parlò di "Miglio d'oro" e addirittura di "civiltà delle ville", e tutte immancabilmente illeggiadrite da vasti parchi e giardini ricchi di vasche, serre, padiglioni, recinti, uccelliere. Non poche tra queste ville e giardini appaiono diligentemente segnate nella mappa di Napoli di Giovanni Carafa duca di Noja,  pubblicata nel 1775
Ci si potrebbe chiedere come mai tanto e quasi improvviso interesse per i giardini, tanto amore per il verde. Una risposta non priva di suggestione è stata data. Sembra che in quegli anni di nuovi fermenti culturali, si risvegliasse nei ceti signorili un bisogno di ritorno alla natura..... l'aristocrazia - sostiene Gerard Labrot -cerca un rapporto più diretto, meno rapace con la natura...". E spiega: "Due realizzazioni inscindibili testimoniano chiaramente questo desiderio: il casino ed i giardini". E ancora aggiunge: "E quello che fa di queste ville una delle grandi pagine dello spirito dei Lumi, è l'ampiezza e la sintesi che committenti e artisti vi pongono...".
E vero che la propensione e il piacere di circondarsi di un ben pettinato e addomesticato lembo di natura è stato da sempre un desiderio che ha accompagnato gli uomini. Ed è vero che anche qui, alle falde del Vesuvio, la cultura del giardino non è stata appannaggio esclusivo del Settecento. Basterà ricordare che una delle più illustri e antiche dimore signorili della zona, la villa Leucopetra, edificata nel Cinquecento da Bernardino Martirano, segretario del regno, era circondata da un giardino e da un parco che "...sì estendevano sino alle rive del mare e gli effluvi salutari delle erbe marine si confondevano con i grati profumi emanati dalle aranciere, dagli agrumeti, e dalla copia di fiori nostrani, stranieri e rari" racconta entusiasmandosi Diego Rapolla nel volumetto su Portici, uscito nel 1878.
Ma a parte ciò,  le ville vesuviane mostrano in modo inequivocabile e convincente un gusto naturalistico, una spiccata predilezione per parchi e giardini per i quali vennero chiamati artisti eccellenti, furono spese somme enormi e dedicate grandi cure.
Anche in questo, le dimore settecentesche riflettono il gusto del tempo: sono ville cortigiane, ostentano fasto e ricchezza e tuttavia, la libera e sbrigliata fantasia, il sovrabbondante, vi è temperato dalla grazia e dalla armonia creata da artisti come il Sanfelice, il Vaccaro, il Nauclerio, il Vanvitelli, il Fanzago, il Fuga, lo Schiantarelli. Di tutto ciò i giardini furono parte tutt'altro che secondaria.
Vi prevale la ricerca inesausta di prospettive scenografiche nella disposizione degli elementi figurativi, nel taglio degli spazi, nel disegno dei viali e del verde, che portano a padiglioni, esedre, vasche, in un gioco multiforme cui si unisce il movimento degli intagli e delle volute di sedili, recinti, spalliere. Vi si può scorgere l'idea, perseguita con ostinazione, di una Arcadia felice, una visione ornamentale, ultimo accento del barocco, ma già più sul Rococò.

Di Franco de Arcangelis

 

I GIARDINI DI PORTICI
Gli esperti che si applicano ad ordinare sistematicamente le cose, distinguono le ville vesuviane in due tipi, secondo il rapporto esistente tra l'edificio ed il giardino e tra l'intero complesso e l'ambiente circostante.
Un primo tipo è quello in cui il fabbricato è interamente circondato dal parco e dal giardino; un portale d'ingresso ed un viale stabiliscono il rapporto con l'esterno, ma evidenziano un desiderio di separazione.
Un secondo tipo sarebbe quello in cui la facciata del fabbricato, quasi mai la più grande, confina con la strada, mettendo direttamente in contatto con l'esterno, mentre sul lato posteriore terrazze e scale conducono al giardino, spesso assai vasto, dove si puù godere del silenzio, della bellezza del sito e d'ombrosi angoli. Quest'ultima disposizione si ritrova nelle ville, Menna, Lancellotti, Casa Materna, Villa Bideri ecc.
Quasi immancabili il gioco delle terrazze ed il viale ampio e rettilineo in leggero declivio, verso la spiaggia. Il viale centrale è un altro motivo compositivo frequente nei giardini delle ville vesuviane, utilizzato per creare prospettive tra edificio e giardino, da un lato verso la mole dominante del Vesuvio, dall'altro verso il mare e la spiaggia, raggiungibili attraverso gradinate, esedre e ancora terrazze. Ecco come Nicola Nocerino descrive questo particolare, illustrando Villa Menna con l'occhio del contemporaneo: "...Dietro di essa è un bel parterre di fiori ed agrumi, circondato di logge, dal quale esce un lungo stradone ornato di mezzi busti, spalliere e sedili, il quale allo spingere al mare forma un'amenissima loggia, circondata di balaustri ed in mezzo una fontana..." e della Villa Lancellotti: "Dietro questo palazzo vi è un giardino assai delizioso e bello, fornito di parterre, di fruttiere e viali ed Ë uno dei principali di Portici, stimato molto per le statue di marmo e per il romitorio sul fondo, dipinto da insigne mano e fornito di scelta porcellana della China. E molto più pregiata la sua loggia al mare anche guarnita di statue".
Al motivo del viale centrale che raggiunge, tra aiuole fiorite e boschetti, le terrazze sul mare, si collega un altro motivo ricorrente, quello di padiglioni e gazebi e, particolarmente, dei cosiddetti cafehouse, che si incontrano di norma al termine del viale centrale, costruzioni leggiadre dalle quali si godono bei panorami, destinati ai trattenimenti pomeridiani, dopo la passeggiata in giardino. Il viale centrale che degrada verso la spiaggia e si conclude con terrazza e padiglione panoramico, si ritrova o si ritrovava in diverse ville lungo il Corso Garibaldi o la Reale strada delle Calabrie.
Nei fermenti Settecenteschi, oltre alla credenza religiosa, superstizione, magia, vi era anche molto spirito laico, libertà e ardire di pensiero, desiderio di conoscenze naturalistiche e di ricerca scientifica. Appunto a proposito di ricerca, è ancora oggi viva la fama di alcuni giardini della zona vesuviana. Primo fra tutti il giardino della Villa Bisignano a Barra del quale Achille Gigante, nel suo "Viaggio artistico per le Due Sicilie" edito nel 1843, afferma che era "...notevole per le varie piante che ivi conservansi e che una volta formavano la delizia degli stessi botanici".
In questo giardino, dove la ricerca botanica era stata istituita dal principe Pietro Sanseverino, fece le sue prime esperienze Vincenzo Petagna che successe a Domenico Cirillo nella cattedra di Botanica nell'Università di Napoli. Il Petagna, che dai suoi esperimenti condotti nel giardino di Barra aveva ottenuto una nuova pianta, grato ai Sanseverino per l'ospitalità, la chiamò genere Sanseverinia. Nome che in seguito fu modificato in Sanseviera. Un'altra istituzione privata del genere che ebbe qualche notorietà, fu l'orto istituito dal duca di Gravina nella sua villa a Bellavista.
Per alcune ville dobbiamo limitarci alle descrizioni che se ne fanno, per avere un'idea di com'erano i giardini lungo il "Miglio d'oro", del loro splendore e magnificenza.
Il Villari a proposito del giardino di Villa Nava (Leucopetra) dice:
"......le amenità del parco e del giardino tutto, tutto contribuiva a rendere delizioso quel soggiorno; ma celebrità grande ottenne principalmente il ninfeo, cioè un portico ad astrico e pilastri, adorno di conchiglie marine, disposte con graziosa simmetria, con pavimenti a disegni di marmo ed una bellissima fonte, stanze comode per i bagni, dove scaturiva un'acqua cristallina e salutifera. Una eccellente figura di marmo, come dea del luogo, rappresentava Aretusa".
E Bernardino Rota in versi:

Ahi  cor di smalto, ahi cor che nulla sente:
Ed è pur dunque ver, che in sÏ tranquilla
Pioggia, che in sì bel lito un tempo nacque
Ninfa crudel  più di Cariddi e Scilla?

Ecco come il Nocerino, descrive la ex Villa Buono:
"..... Dietro del palazzo dalla parte del mare vi si osserva un grazioso giardino ben guarnito di parterre, di frutti, spalliere, e viali, che benchè piccolo è tenuto però con somma pulizia, nè agli altri cede per l'erbe odorose, frutti e fiori. Vi si vede nel fondo, sotto un piccolo boschetto, una statua marmorea, che rappresenta la favola greca del povero e sfortunato Milone in atto che nel mentre resta attaccato col braccio ad un legno aperto, un leone feroce da dietro lo sbrana, e lo divora. Accosto al giardino vi è una lunghissima loggia ben guarnita di vasi de più scelti e pregiati garofani ".
E quella che ne fa il Chiarino
".... Entrato nell'ampio cortile del Palazzo, si ha l'ingresso al bellissimo Giardino, ricco di quanto l'arte può dar di comodo, ed ameno per due ampi stradoni, che corrispondono a due portoni del cortile per dove si giunge ad un richiusone sia piano circondato da stretti cancelli, e da questi per varie parti si esce ad una loggia ampia, dalla quale per dieci gradini si scende al secondo giardino. E' questo, oltre delle belle vedute che ci mostra ne suoi vari giochi di mortella, chiocciole marine, e piante straniere, tutto circondato da vivai; ne quali il nobile gusto del suo Magnanimo Padrone, nudriva degli uccelli ed animali stranieri con ispesa grandissima. Termina questo secondo giardino ad un edificio fatto in forma di tenda militare, nella quale vi sono delle gallerie e dei contigui camerini detti caffè, ove non vi è comodo e pel riposo e pel piacere che qui possa desiderarsi, avendovi sempre mantenuto tutto a dovizia l'eccelsa generosità del Principe defunto: questo edificio termina in un Palcone, il quale, dè l'aspetto ad. un ampio podere, che si coltiva per vari usi e questo, ha l'uscita al mare, avendosi in questa ampia villa l'utile e il dilettevole ".
Oggi la maggior parte dei giardini sono abbandonati e distrutti, travolti nelle vicende delle famiglie e da quelle pubbliche. Venduti o cementificati
Il passaggio di linee ferroviarie e strade lungo la costa è una mutilazione che accomuna i giardini di diverse ville.
"Dal treno si possono ancora vedere qua e là i resti di scale e balaustre, ruderi abbandonati e anneriti, archeologia di appena due secoli, non dissepolta dalle ceneri del Vesuvio, ma rimasta all'aperto spesso a testimonianza di brutali offese all'ambiente. Dopo i lodevoli tentativi di salvare una parte di tanto ricco patrimonio di parchi e giardini, chissà se riusciremo a vederne riscattato qualche altro lembo significativo, qualche altra immagine di un'epoca nelle cui contraddizioni, a ben vedere, affonda le sue radici la nostra attuale società."

 
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