mercoledì 28 giugno 2017
 
 
 
IL VESUVIO E GOETHE
Fra i letterati che, nel Settecento, salirono sul Vesuvio, non va dimenticato J. Wolfang Goethe. Anzi il massimo poeta tedesco vi andò, come risulta dal suo " Viaggio in Italia", ben tre volte, accompagnato dal pittore Tischbein; e la terza volta vi salì mentre era in atto un'eruzione. Era il marzo del 1787 e già il Vesuvio era diventato una tappa d'obbligo per chiunque venisse in Italia.

Napoli, martedì 20 marzo, 1787.
Dopo aver saputo dell'eruzione di un torrente di lava che scende verso Ottaviano, e non si vede da Napoli, ho stabilito di fare una terza escursione sul Vesuvio. Nel balzare a terra dalla mia carrozza a due ruote e ad un cavallo, non appena arrivato ai piedi del vulcano, ho visto comparire le due guide che ci avevano accompagnati la volta precedente: per agevolare l'ascensione non ho potuto desistere dall'assumere al mio servizio entrambi, l'uno per consuetudine e gratitudine, l'altro per fiducia.
Giunti ad una certa altezza il più anziano si fermò, con i mantelli e le provviste di cibo, mentre il giovane mi tenne dietro e ci inerpicammo temerariamente sfidando il gran fumo, che terribile sgorgava dalla montagna, da sotto il cratere. Tenendoci a lato, lo seguimmo e scendemmo leggermente finchè, sotto un cielo splendente, apparve infine la lava che traboccava dalla spaventosa nube di vapore.
Solo contemplando una cosa nella sua concreta realtà ne comprendiamo l'intima essenza, anche se ne abbiamo udito parlare molte volte. Probabilmente la corrente di lava non era più larga di tre metri; ma era davvero sorprendente il modo in cui avanzava sopra un lieve pendio, abbastanza uniforme. Infatti, mentre scorre sotto il torrente di fuoco, che sparge in modo uniforme, a destra e a sinistra, le scorie che galleggiano in superficie, la materia fusa s'indurisce, raffreddandosi ai lati e in superficie, e forma un canale che aumenta costantemente di spessore. Questo innalza, pian piano, un argine su cui la lava incandescente continua a fluire dolcemente come il ruscello di un mulino. Dall'alto della diga assai elevata che abbiamo costeggiato, i detriti precipitano sistematicamente lungo le pendici giungendo ai nostri piedi. Attraverso qualche breccia del canale potevamo scorgere la lava e osservarla sia dal basso sia dall'alto, mentre procedeva nella sua discesa.
Il bagliore della vampa di fuoco pareva offuscato dall'intensa luce del sole: nell'aria saliva solo un po' di fumo. Io desideravo avvicinarmi al punto in cui la lava erompe dal vulcano. Lì. secondo la mia guida, la lava forma rapidamente una volta e un tetto, sul quale egli stesso aveva spesso messo piede. Risalimmo la montagna cercando di giungere alle spalle di quel luogo per esaminare, nonchè verificare la cosa. Per fortuna una forte corrente d'aria spazzava il posto. Non del tutto, però, perchè da mille crepacci intorno a noi continuava a fuoriuscire vapore. Finalmente arrivammo sulla volta, che pareva costituita da una poltiglia contorta e dura e che c'impediva di vedere uscire la lava tanto si allungava davanti a noi. Provammo ad avanzare per una ventina di passi, ma il terreno si faceva sempre più rovente. Il sole era oscurato da un fumo tremendo, vorticoso e opprimente. La guida, che mi precedeva, si ripiegò immediatamente, mi afferrò e abbandonammo questa bolgia ribollente.
Dopo che i nostri sguardi si furono beati dell'affascinante paesaggio e che un sorso di vino ebbe soddisfatto il nostro stomaco e il nostro palato, ci aggirammo sulla montagna per scorgere altre caratteristiche di questa cima infernale che torreggia in mezzo al paradiso.
Ho osservato ancora, attentamente, alcune fenditure, veri camini del vulcano, che sprigionano aria rovente senza interruzione e con violenza. Erano ricoperte all'interno da una sostanza stalattiforme che riveste il canale fino allo sbocco con strutture coniche e ondulate. Molte di queste forme create dai vapori penzolavano verso il basso ed erano raggiungibili senza difficoltà grazie alla conformazione insolita dei camini, tanto che abbiamo potuto raccoglierne facilmente utilizzando i nostri bastoni e gli attrezzi muniti di crocchi. Ho già trovato reperti analoghi dal negoziante di lave, sotto il nome di vera lava, e mi ha soddisfatto scoprire che si tratta di fuliggine vulcanica depositata dai vapori mentre bruciano e costituita da sostanze minerali volatilizzate.
Mi godetti sinceramente il ritorno che fu rallegrato dal più meraviglioso tramonto e da una serata sublime. Nel frattempo fui in grado di costatare quanto un portentoso contrasto possa sconvolgere e smarrire i sensi. Il passaggio dal mostruoso al bello e viceversa annulla il significato dell'uno e dell'altro e conduce all'indifferenza. Se non si sentisse stretto fra Dio e Satana, sicuramente il napoletano sarebbe del tutto diverso.


Ancora più piacevole apparve al principe Metternich, che la compì il 7 maggio 1819, la gita al Vesuvio. " Non si corre nessun rischio, non ci si affatica, e la cosa non assomiglia a nulla di ciò che si è fatto nella vita", scrisse Metternich nelle sue memorie.
Ma già, con l'Ottocento, molte cose erano migliorate, si era anzi creata, intorno al Vesuvio, tutta una organizzazione. Erano arrivati perfino, autentici personaggi da presepe, i venditori di souvenir.

 
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