venerdì 24 marzo 2017
 
 
 
VESUVIUS BY WARHOL 2
 ....da "Vesuvius by Warhol"
GIUSEPPE GALASSO
Ed. Fondazione Amelio, 1985
Tra i topoi napoletani, quello del Vesuvio è certamente uno dei più obbligati. Ma, contrariamente a quello che si pò pensare, l'associazione di immagine e di idea tra la città e il vulcano è relativamente recente. Nell'età antica più del vulcano connotava la città il riferimento alla Sirena, alla quale doveva uno dei suoi nomi classici: Partenope. Il silenzio di circa quindici secoli del Vesuvio dopo la folgorante e micidiale eruzione che nel 79 distrusse Pompei, Ercolano, Stabia certamente non aiutò ad avvicinare i due dirimpettai. Quel vulcano spento non doveva apparire in alcunchè diverso dalle colline e dai monti dei poco lontani Appennini. In luogo di una città di qualche importanza, come era Pompei, non ne sorsero altre. Nel Medio Evo la decadenza economica e sociale della zona si accrebbe. Solo dopo il Mille si cominciò ad avere una ripresa consistente e definitiva, e tra la città e le prime falde del Vesuvio si cominciò di nuovo a stendere una trama - sia pure assai rada - di case, fattorie, residenze extraurbane. Si può dire che solo con la memorabile eruzione del 1631 L'immagine e L'idea della città e quella del vulcano cominciassero a coniugarsi tra loro. Poi la riscoperta e gli scavi di Ercolano e di Pompei resero familiare il connubio. Cominciarono a prodursi a migliaia di copie, litografie, acqueforti, gouaches, vedute, quadri di genere dominati in tutta la prospettiva dal vulcano maestoso e fiammeggiante. Sembrava quasi che il ritorno del rosso pompeiano implicasse quello del rosso-fuoco vesuviano, così drammatico nei "notturni" di incisori e pittori. L'igneo monte divenne meta di escursioni e passeggiate. Un grandissimo poeta, che aveva cercato ai suoi piedi il ristoro di un'aria balsamica, lo qualificò con un'aggettivo in cui si esprimeva un modo comune di sentire il gigante che da due o tre secoli ammoniva con lo spettacolo della sua forza incontenibile: sterminator Vesevo. Anche il folklore dialettale lo assimilò nei suoi modi di dire: i venditori di meloni rossi affermavano che le loro dolcissime polpe avevano in sè il fuoco del Vesuvio, tanto era vivo, squillante, prorompente il loro rutilante messaggio cromatico. La devozione popolare aveva fatto lo stesso: il culto del patrono cittadino San Gennaro, sempre più vivo dal secolo XVII in poi, contemplava, tra le immagini più tipiche, quelle del Santo che al ponte della Maddalena alzava la mano a fermare la lava distruttrice del vulcano in procinto di approssimarsi alla città........
 
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