martedģ 22 agosto 2017
 
 
 
IL VESUVIO E PORTICI
 Estratto da "Scultori d'oggi nell'area vesuviana"
Di Rita Federico
Quaderni Vesuviani N.6-7, 1986

Intorno al cono vesuviano, inalterabile nella sua bellezza, da secoli fluiscono incessanti gli accadimenti, naturali e non, che hanno fatto si che questo paesaggio, forse uno fra i più significativi, cambiasse aspetto frequentemente, con un ritmo a volte troppo intenso tale da non permettere, a chi vive questi luoghi, assuefazioni di sorta. (Basti pensare come, nello spazio di una stessa generazione, ricordi il Vesuvio: fumante nel'44, taciturno e quasi ammansito negli ultimi anni).
Da presenza geografica naturale, il Vesuvio viene a distinguersi come bilanciere, specifico di un'area che si determina, nei suoi caratteri originali, come area costruitasi e sviluppatasi, nelle azioni, nei pensieri, nella coscienza dei suoi abitanti, intorno a questo fulcro attrattivo.
I modi e i tempi di questo sviluppo, che ognuno di noi porta con sè anche se vive lontano dal Vesuvio, sono parte integrante di una formazione culturale o se si vuole anche solo nozionistica-iconica a cui qui si accennerà soltanto e che si può caratterizzare attraverso alcuni punti fondamentali. 1° su di una nuova interpretazione del mondo classico, non più visto come mitica età dell'oro, nata proprio a Napoli grazie al contributo di Vico e grazie alle scoperte archeologiche di Ercolano e Pompei; 2° sulla nascita, quindi, di un nuovo filone filologico-antiquario (non più accademico), da cui discenderà la moderna archeologia, che è storia sociale, economica, religiosa, artistica difficilmente identificabile con la storia dell'arte classica: gli scavi portano alla luce i frammenti di una civiltà, ormai perduta, da ricomporre in unità storica; 3° sulla nascita di un grosso movimento culturale-europeo, letterario ed artistico, che vede l'imposizione del gusto pompeiano-greco (che sarà della moda, delle arti del sec. XVIII fino allo stile impero) e lo scambio di esperienze artistiche internazionali fra i "viaggiatori" i "pellegrini d'arte" che focalizzano i loro incontri proprio su questo territorio.
Nasce cosÏ la produzione delle gouaches, legata al turismo, ai souvenirs e l'artigianato locale produce manufatti in cui vengono utilizzati e lavorati i materiali vesuviani e che riproducono i reperti archeologici; si fanno, così, per esigenze turistiche, le "spedizioni" per ascendere alla montagna di fuoco, causa di tanta rovina, e che ognuno racconterà sotto luci diverse.
Al filone "'commerciale" se ne affianca uno diverso che, partendo dalla scuola di Posillipo, rompe i legami con la "maniera" accademica (celebrativa e canonica) imponendosi come risposta culturale; è la strada che porta alla scuola di Resina (siamo nel 1860). In un clima politico che vede il problema del Mezzogiorno come uno dei punti chiave da affrontare, le opere di Cecioni, di De Nittis rivelano un realismo, una tensione verso una ricerca collettiva che da una parte testimoni e documenti la società meridionale di allora, e dall'altra risponda alle esperienze della scuola di Barbizon. Nella scuola vesuviana non si rifondavano però i canoni dell'esperienza percettiva, ma si voleva l'inserimento della cultura meridionale nell'ambito nazionale ed europeo (ricordo che essa ebbe contatti profondi con le esperienze macchiaiole toscane). Alla fine ricerca di un nuovo linguaggio tecnico-operativo, si affianca l'intento di imporre come valenza una Italia che correva il rischio di rimanere divisa per sempre, e da qui, da questo habitat, partiva un messaggio di unità culturale radicato nel reale, nel sociale, percorso dal tentativo di legare realisticamente, naturalmente le idee e le cose.

La ricerca delle
"radici antropologiche"


Riportato nel contemporaneo, la formazione di questa cultura, che parte dal vivo tessuto del territorio, si innesta nella coscienza degli artisti che su di esso operano, non solo in senso puramente operativo, ma sociologicamente fin dentro le radici di una cultura, direi, antropica, ispiratrice di creatività.
Viene qui in luce il grosso tema di riscoprire una storia dell'arte che proceda non solo nel grande schema dello sviluppo storico della "categoria arte", ma che proceda anche attraverso il cammino interno delle espressioni storiche-reali dei vari artisti, nei vari paesi, nei vari luoghi di tali paesi. E' un modo per liberarsi da un astratto procedere storico, superare i nuovi standards percettivi offerti dalla cultura di massa, che hanno deviato il senso estetico verso forme di "apparenza", verso "miti" che, agendo dal reale verso l'immaginario e viceversa, esprimono contraddittoriamente sia evasione che integrazione. Se l'aspetto emergente della situazione contemporanea dell'arte è il nichilismo esplicito di una società non più ordinata da schemi centrali di dominio, tentare di percorrere la strada della riappropriazione di un senso storico dell'arte può significare due cose: o raccogliere la "disseminazione" di una cultura a suo modo integrata a questa socialità e caratterizzata dallo spettacolare, dall'effimero, o fornire sul piano logico una risposta concreta.


La strada della riappropriazione

Nel momento in cui si va a leggere l'opera d'arte essa si realizza storicamente, la si estrae, la si trasforma in valore, in depositaria di significati.
L'opera d'arte, in questo modo, afferma una sua presenza, diviene comunicazione, non oggetto di consumo, ma oggetto realmente usato, efficace, azione realizzata; colpisce gli altri, li informa, li deforma, li muove e commuove verso azioni che, anche se non ritornano all'arte, appartengono al mondo, alla storia.
Centrale diviene, così, la figura dell'artista e ricercare le "radici antropologiche" è verificare non solo il problema dell'origine dell'arte, della sua essenza, della sua stessa esperienza (problema che si riconnette al momento conoscitivo della origine dell'uomo attraverso i poli della morte e della vita, ovvero del vuoto e del pieno, del negativo e del positivo) ma andare a cogliere il momento in cui l'opera d'arte si rovescia radicalmente (divenendo mondo rovesciato) e cogliere il momento in cui le immagini d'arte, la statua, il quadro, l'architettura, trasformano in positivo il negativo, riempiono il vuoto, esprimono storicamente la vita. Attraverso il lavoro dell'artista è forse possibile rintracciare il filo conduttore che segna la strada di una dialettica conoscitiva, di una riappropriazione che si riconnette non al modello, ma a quei possibili modelli che favoriscono, nello stesso tempo, libertà all'espressione artistica e suo confronto, suo giudizio.
 
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