domenica 17 dicembre 2017
 
 
 
LA STORIA DI PORTICI
 Secondo alcuni il nome Portici deriva da Portus, l'antico porto di Ercolano posto sulla costa porticese. Secondo altri invece Ercolano aveva un faro circondato da Portici e da questi ultimi sarebbe derivato il nome Portici. Infine c'è chi fa risalire il nome della città a Villa Pontii, una splendida dimora del nobile Romano Quinto Ponzio Aquila, scoperta nel 1750 durante gli scavi per la costruzione delle scuderie della reggia di Portici. Fra i reperti fu ritrovata un aquila con le sigle QPA, che fu poi adottata come stemma del comune della parrocchia. Le prime testimonianze scritte del nome di Portici si hanno in una scrittura del VII secolo ed in un documento del 996. Qui si parla di Portici come di un vasto bosco di castagni però abitato. nel 1825 Carlo II D'Angiò stabiliva che i casali vesuviani dovessero pagare in base al numero degli abitanti. Portici era diventata allora più popolosa di Ercolano. Nel 1415 insieme a S.Giorgio a Cremano, Ercolano e Torre del Greco, formarono un feudo che fu dato dalla regina di Napoli Giovanna II al nobile Giovanni Coracciolo, conte di Avellino. Alla morte di questi, il feudo fu donato al soldato Antonio Carafa, di cui la regina si era innamorata e fu governata da lui e dai suoi discendenti fino al 1689. Nel 1699 il comune di Portici si riscattava mediante il pagamento di 1500 ducati.


La città di Portici, più di altri centri vesuviani, rappresenta una coraggiosa sfida alla natura, una costante dichiarazione d'amore alla sua bellezza. Un'epigrafe, apposta dal vicerè di Napoli Manuel de Zunica, ricordava sino a pochi anni or sono la tremenda eruzione vesuviana del 16 dicembre 1631, avvertendo i posteri di mettersi in salvo ai primi segni di irrequietezza del vulcano. Questa lapide, definita “il primo manifesto mondiale di protezione civile”, e anche il segno della tenace passione del popolo porticese per la straordinaria bellezza e salubrità del luogo che fa dimenticare ogni paura, secondo le parole dello storico locale Beniamino Ascione. Quella terribile eruzione lavica spaccò Portici in due: dal Largo Trio al Largo Santa Croce, provocando la morte di ben 70 famiglie. Ma Portici aveva nella sua storia conosciuto già due rovinose eruzioni: quella del 79 d.C. che seppellì con le sue ceneri un'ampia zona della città, e quella del 1139, che distrusse la città sino a Pietrarsa. Il locus amoenus ha tuttavia sempre avuto la meglio sul terrore del fato. Le origini di Portici sono antichissime e sembrano risalire all'età romana. Sebbene vari storici sostengano ce essa nacque come sobborgo di Ercolano, il ritrovamento a metà '700 di vari ruderi di ville romane vicine al mare, lascia supporre che sin da quell'epoca godesse di un'autonomia geografica rispetto all'autorevole confinante. Portici era allora, davvero tra il Vesuvio e il mare: il mare doveva infatti arrivare sino all'attuale piazza S.Ciro, se è vero che furono le rovinose colate laviche a creare la costa odierna, distanziando sempre più il mare dalla montagna. Il nome di Portici, al di là delle fantasie etimologiche legate alla sua presunta derivazione da luoghi ed edifici ercolanesi, fa la sua prima apparizione in documenti dei secoli X, XII e XIV: da un istrumento napoletano del 968 ad un contratto del 1126, sino a un diploma di Carlo V d'Angiò, del 1271. Il nome di Portici, attraverso una serie di contaminazioni e di corruzioni, affiora allora dal medioevo maturo, connotando un casale già distinto da quelli viciniori e già forse popoloso, se nel XIII secolo, imponendo agli angioini una tassa governativa ai villaggi napoletani secondo la popolazione, Portici fu tassata per once 4 e tarini 9; mentre Ercolano per once 3, tarini 18 e grana 7 e San Giorgio a Cremano per tarini 25 e grana 7. Dal medioevo al rinascimento, Portici si impone come privilegiato luogo di villeggiatura. Nel suo territorio vengono costruite ville celebri: dalla quattrocentesca Pliniana del poeta Antonio Beccadelli detto il Panormita, fondatore dell'accademia Pontaniana di Napoli, alla Leucopetra del poeta cosentino e segretario del regno Bernardino Martirano. Quest'ultima fu favorevole ritrovo intellettuale di illustri letterati del regno tra cui Angelo di Costanzo, Bernardino Rota, Luigi Tansillo e il 22 dicembre 1535 riservò trionfali accoglienze all'imperatore Carlo V. Ma, prima di giungere al '500 è opportuno puntualizzare il periodo di feudalizzazione e di progressiva liberazione dal giogo baronale. Gioanna II d'Angiò dopo aver Federato Portici con S.Giorgio a Cremano, Ercolano e Torre del Greco nel 1415, la consegnò in feudo prima al grande siniscalco del regno Giovanni Caracciolo, detto Sergianni, e dopo ad Antonio Carafa ed al suo successore il figlio Alfonso. Il '400 è per Portici un secolo di anarchia e di vibrante alternanza politica. La famiglia Carafa costituisce l'anello di congiunzione feudale tra il XV e il XVI secolo sino al '600, secolo importante per l'affrancamento che la città opera della dipendenza sia laico che religioso. Gli ultimi anni del secolo, mentre vedono l'insediamento dell'ultimo feudatario, Mario Loffredo, marchese di Monteforte, segnano il riscatto di Portici e delle città federate dalla feudalità, con la facoltà di nominare propri reggitori in ambito sia amministrativo che giuridico. Ben 70 anni prima i porticesi avevano ottenuto dal cardinale Boncompagno la definizione dei propri confini parrocchiali. Portici e il suo popolo conquistarono così un'autonomia al prezzo di notevoli sacrifici morali ma anche materiali. Resta comunque il '700 il grande secolo di Portici. Il principe Emanuele Maurizio di Lorena duca D'Elboeuf e generale di Carlo VI imperatore d'Austria, giunto a Napoli nel 1707, all'epoca del vicereame austriaco, fu uno dei primi riscopritori di Portici. Fin dal 1711 egli cominciò a far costruire la splendida villa nella quale raccolse un vero museo di reperti archeologici ercolanesi. La villa fu in seguito venduta e il suo secondo acquirente fu re Carlo III di Borbone, l'ideatore della Portici settecentesca. La villa del duca D'Elboeuf è volgarmente nota come “bagno della regina”, perchè, in seguito,  Ferdinando IV fece costruire un bagno per potervi accedere direttamente dal mare. Questo edificio, con il palazzo Ruffo di Bagnara costruito nel 1720, rappresenta uno dei primi esempi della scoperta settecentesca di Portici, prima del grande lancio che della città avrebbero operato i Borbone. Re Carlo prescelse nel 1738 Portici come sede privilegiata dei suoi svaghi estivi. Anche il re come i porticesi di tutti i tempi, invaghito del luogo ameno e salubre, mostrò scarsa cura del rischio vesuviano, fidando nella rassicurazione dei suoi scienziati che il vulcano non sarebbe stato per il momento pericoloso e affidandosi, poi, come ricorda lo storico Pietro Colletta, in mani più sicure: quelle di Dio, della Madonna e di San Gennaro. La costruzione della Reggia trasformò la storia della città. L'originario casale divenne Reale villa di Portici. Il re, oltre a fare della reggia un sicuro punto di riferimento archeologico e culturale instaurandovi il museo e la sede dell'accademia ercolanese, si preoccupò sempre più di collegare la città a Napoli, sino a farne una diretta dependence della capitale. Attraverso una serie di espropri e di esenzioni fiscali, egli incoraggiò la costruzione di ville di suoi cortigiani nei pressi della reggia; Napoli fu poi, nel 1755, meglio collegata a Portici attraverso l'ampliamento della strada regia. Re Carlo non aveva solo, come è stato detto, il mal di pietra, ma anche il mal di mare, dal momento che nel 1773 diede avvio ai lavori di costruzione del porto. Si preoccupò infine, attivamente dell'istruzione dei fanciulli: nel 1768 fu istituita una scuola gratuita nel convento di San Pasquale, a cui seguì un'altra in quello di Sant'Antonio. Alla rivoluzione napoletana del 1799 Portici offrì un cospicuo contributo di vite, come aiuta ad intendere la contemporanea testimonianza del parroco Nicola Nocerino, storico della città. La restaurazione borbonica fu, com'è ben noto effimera. Nell'estate del 1808 entrava in Napoli Gioacchino Murat, la cui moglie Carolina amò particolarmente Portici e ne incoraggiò lo sviluppo artistico e culturale. Monsignor Capecelatro fece dell'ostello porticese un luogo obbligato di scambi intellettuali. Ferdinando IV che assunse il nome di Ferdinando I, fu il nuovo restauratore di un ordine repressivo; a lui seguì il figlio Francesco I. Ma a Ferdinando II si deve il rinnovato rapporto d'amore tra la dinastia e Portici. Alla rivoluzione urbanistica di Carlo III, Ferdinando sostituì quella industriale: il 3 ottobre 1839 fu inaugurata la Napoli Portici, prima ferrovia italiana, sull'esempio della strada ferrata Liverpool Manchester, aperta dieci anni prima; nel 1842 venne ultimato lo stabilimento di Pietrarsa, dove si fabbricavano macchine a vapore. Portici, grazie al Borbone, divenne un sicuro punto di riferimento della storia ferroviaria industriale europea. Basta a dimostrarlo il fatto che l'officina di Pietrarsa fu assunta a modello dall'opificio russo di Kronstadt. Fra tanto fervore di iniziative industriali non può essere sottaciuto il comodo esilio nella reggia di Portici del Pontefice Pio IX, ardente sostenitore del dogma dell'immacolata concezione. Il crollo dei Borbone, da Ferdinando al figlio Francesco II, l'unità d'Italia, diedero una nuova svolta alla storia di Portici. La città ebbe autonomia amministrativa ed economica. Pietrarsa fu privatizzata e solo dopo duri momenti di rivolta fu ripristinata una gestione protetta dallo stato. Nel 1873 da operai meccanici di Pietrarsa e Granili fu fondata la Società Operaia di Mutuo Soccorso. Come gli eventi più rilevanti del pre-unità, anche quelli post-unitari si coagularono intorno alla reggia Borbonica ed al suo destino europeo, anche se in una prospettiva diversa. Il 14 gennaio 1872 nascerà , infatti, la scuola Agraria, la cui sede sarà stabilita nella reggia. La scuola sarà un sicuro polo di aggregazione socio culturale in un consequenziale futuro novecentesco, grazie alla presenza di un autorevole meridionalista, Manlio Rossi Doria, di un intenso poeta, strappato proprio a Portici precocemente alla vita, Rocco Scotellaro. Molte immagini della città rivivranno così nella passionale evocazione di questo poeta colto e contadino. Ma già in pieno '800 Portici ebbe una brillante vita culturale. Teatri, caffè, salotti letterari ne fecero una piccola Parigi del sud. Ad accrescere la sua iconografia ambientale e culturale contribuirono cospicue personalità pittoriche, sia della cosiddetta scuola di Ercolano, sia dalla contesa scuola di Portici. Da un punto di vista strettamente urbanistico, occorre ricordare la realizzazione nel 1880, 81 del Corso Umberto e di Piazza S.Ciro e la successiva apertura nel 1893 della via e della piazza di Bellavista. La storia di Portici, che qui si è tentato di indicare, deve, tuttavia, indurre a riflettere sulla sua antica gloria e bellezza perchè la solida forza del passato possa aiutare a trasformare la fragile provvisorietà del presente.
 
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