sabato 25 febbraio 2017
 
 
 
LE VILLE VESUVIANE
 Come ricorda Roberto Pane - che per primo studiò le ville vesuviane, promuovendo nel 1959 un grosso volume di saggi - la costa vesuviana ospitava già nel Cinquecento dimore patrizie: nel 1530 il Martirano aveva fatto costruire la villa di Leucopetra alla Croce del Lagno, che ebbe l'onore di ospitare Carlo V reduce dall'impresa di Tunisi. Sorsero ancora altre ville, ma non ne restò alcuna traccia dopo l'eruzione del 1631, drammatica e memorabile. Fu però, com'è noto, Carlo di Borbone, che costruì la Reggia di Portici, ad indurre la corte e la nobiltà ad emulare il Sovrano ed a stargli vicino, incaricando grandi architetti di costruire ville e casini di delizie: ricomponendo così intorno a Portici l'ambiente mondano del Real Palazzo di Napoli.
E poichè in quegli anni intorno al 1750 tornavano alla luce le meraviglie di Ercolano, all'interno degli edifici barocchi la decorazione s'ispirò spesso al neoclassico, con preferenza per motivi di bronzo e di marmo, tripodi, affreschi, sovrapporte, statue da giardino: di cui resta traccia in alcune delle ville oggi in rovina, oltre che in qualche stampa. Nè mancava lo "stile cinese", mescolato disinvoltamente a quello pompeiano: come nella Villa Caracciolo di Pollena Trocchia (che, pur fuori del Miglio d'Oro, è anch'essa una "villa vesuviana").
Decorazioni in stile pompeiano volle Carolina Murat nel periodo in cui soggiornò volentieri a Portici: ella fece rinnovare quasi interamente gli ambienti settecenteschi, facendo altresì venire dalla Francia mobili di stile Impero, sete per tappezzeria, quadri di David, Wicar ed altri. Va detto però che le suppellettili e i dipinti originari erano stati tolti allo scoppio della Rivoluzione del 1799 e portati a Palermo, sicchè la Reggia era rimasta disadorna.
Si può facilmente immaginare quale fosse la vita in queste ville, dove sontuosità ed etichetta cedevano a più comodi agi quasi borghesi. Ci si spostava seguendo le gite dei Sovrani, rimanendo in villa per tutto il tempo che quelli erano a Portici: ansiosi di essere ricevuti, orgogliosi se si degnavano - il che accadeva spesso - di recarsi nelle loro dimore. Si organizzavano cene, feste, concerti; si recitavano commedie e drammi, nel solco di una usanza che poi sarebbe dilatata nell'Ottocento con le "filodrammatiche" che durante l'estate si spostavano dalle case di città nelle dimore di villeggiatura della costa vesuviana.
Val qui la pena di rilevare che, quando i Borboni erano un ricordo, l'abitudine di trascorrere l'estate tra Portici e Torre del Greco rimase viva ancora per decenni: sia perchè si era intanto radicata, sia per la convenienza di continuare ad adoperare edifici che erano costati notevoli somme e che erano accoglienti, con freschi giardini, in vista del mare; e sia perchè la "smania della villeggiatura" era già divenuta una moderna usanza. Quando ai primi del Novecento si ebbe la "scoperta" delle spiagge e del mare, molte famiglie aristocratiche -e quelle borghesi che si erano insediate nella zona, in tardiva scia regale, specialmente fra Portici e la frazione di Bellavista - s'accorsero che dalle loro ville era facile l'accesso al lido: anche se la ferrovia per le Calabrie aveva creato una barriera verso la costa, violando l'intimità dei parchi, non senza qualche pericolo di attraversamento dei binari ed altri fastidi.
Ma torniamo al Settecento. Anche famosi artisti vollero la loro villa lungo il "Miglio d'Oro", da Solimena a Luca Giordano: le loro dimore sono oggi rovinate, e il ricordo resta nel toponimo della "Via Pittore" in San Giorgio a Cremano e in un diruto casale rustico, già bella villa di Solimena.
Nella Villa Bruno (nella stessa San Giorgio) resta il ricordo del soggiorno del musicista Nicola Zingarelli, che vi avrebbe eseguito sue musiche. Sembra che la permanenza di Zingarelli a Villa Barra non abbia precisi riferimenti storici, anche se si ripete spesso che qui egli facesse musica, talvolta anche in compagnia di sir William Hamilton, proprietario di una dimora vesuviana, la piccola Villa Angelica, che Carlo Knight ha identificato in un edificio nella località Camaldoli. Ma Hamilton l'aveva acquistata solo per compiere le sue osservazioni vulcanologiche, non per motivi di svago nè per dare ricevimenti, che peraltro le anguste proporzioni della villa non avrebbero consentito. Essa era sulla Via Nazionale (secondo Knight, all'attuale numero 114, col nome di "Villa Salvatore"): Charles Burney, nel suo "Viaggio musicale in Italia", si ricorda che Hamilton vi faceva musica, per sè e per pochissimi amici, essendo egli stesso un ottimo violinista ed avendo dÏ due camerieri, uno violinista e uno clavicembalista.
Altro passatempo aristocratico - ispirato alla moda di mescolarsi col popolo, di cui si compiacque molto Ferdinando IV - era il partecipare a battute di pesca lungo la costa e assistere al lavoro dei pescatori di mestiere. Al Granatello, dove c'erano le peschiere fatte costruire da re Carlo (con scompartimenti in muratura, chiusi verso il mare da reti, affinchÈ i pesci non potessero fuggire ma l'acqua circolasse liberamente) si sostava sulla riva o si andava in barca. Una pagina del Nocerino in "La reale Villa di Portici illustrata" (1787) narra che "è bello vedere, in tutte le sere d'estate, venire nella nostra marina tante persone a deliziarsi negli scogli, nella arena, nei luoghi solinghi e nell'amenissima spiaggia della Bagnara fino alla Torella, intenta tutta a divertirsi chi colla pesca, chi in barca, chi col cenar su scogli, chi col passeggiar sul molo, chi tuffandosi nell'acque. Anzi finanche il nostro invittissimo Sovrano dal nostro mare ricava uno delli suoi migliori divertimenti, non solo collo passeggiare spesso in barca e nelle Galeotte Reali, ma anche dalla pesca...". E in una stampa dell'architetto Francesco Securo si vede chiaramente il Re in barca mentre contratta con i pescatori: su uno scoglio sostano gentiluomini con la canna e la lenza.
E' evidente che tutti, lungo il Miglio d'Oro, partecipavano - o cercavano di farlo - agli svaghi che la Corte e la nobiltà vi praticava: gli stessi abitanti locali mossi dalla curiosità, dal desiderio di ossequio o dalla speranza di lucro per lavori da prestare o di elemosine affollavano i luoghi delle passeggiate. Il Celano, parlando della Villa Caravita, dice che "colà portavansi tutti al passeggio, ed era una vista assai vaga veder il giorno quell'ampio stradone tutto ingombro di Dame, Cavalieri ed altra onesta gente, che vi si portava a ricrearsi... I generosi Padroni vi han mantenuto sempre, nel corso del villeggiare, un'allegra musica" Nella Villa Mirella di Teora, alla fine dell'Ottocento, si perpetuava ancora la tradizione di organizzare divertimenti ai quali venivano ammessi gli altri villeggianti ed anche la popolazione indigena: v'erano una carrozza automobile, un presepe con pastori movibili, fontane zampillanti che facevano la meraviglia non solo degli ingenui locali ma dei napoletani pur adusi a giochi ed attrattive da città.

............. A leggere qua e là, radunando questi appunti che potranno servire a più organico studio sull'argomento, si apprende che nella Villa Menna, a Portici, i proprietari D'Amendola ricevettero spesso Re Carlo, che vi si recava attratto dalla caccia alla palude che era nel perimetro della proprietà; i padroni di casa, a ricordo, posero una lapide nel vestibolo. Che nella Villa De Gregorio vi furono feste molto tempo dopo i Borboni. Essa fu rifatta dopo il 1860 dalla duchessa Cattaneo Pignatelli, dama di Corte della regina Margherita: l'architetto Breglia creò la sala da biliardo e la sala per il gioco delle carte e ornò il grande salone con stucchi e putti: vi si svolsero feste cui partecipò Vittorio Emanuele, allora Principe ereditario. Naturalmente non mancava il "salottino arabo", nella moda del tempo, dove gli uomini si riunivano per conversare e fumare.
Numerose erano anche nelle ville le scuderie, sia per le carrozze - indispensabili per le comunicazioni con Napoli ma anche per le gite negli stessi dintorni - che per i cavalli da sella: un esempio bellissimo è la Scuderia di Villa Campolieto, con i suoi archi e le colonnine di piperno che segnano le poste. Ancora: nella Villa Salvetti Torricelli veniva l'austero purista Basilio Puoti, che vi teneva conferenze nel piccolo teatrino.
E si ha notizia di altri teatrini: nella Villa Vannucchi vi era un "locale per uso di teatro": mentre erano frequentissime le cappelle private, per la messa in casa e cerimonie familiari, e anche i prelati amarono il Miglio d'Oro: la Villa Monteleone è infatti ancora oggi nota come "Villa del Cardinale", perchè vi villeggiava l'Arcivescovo Ruffo Scilla, e più tardi fu dimora estiva di altri prelati.
Ancora nei primi decenni del Novecento, si villeggiava lungo la costa: le ville settecentesche erano ormai abbandonate, la Reggia di Portici diventava sede della Facoltà di Agraria, la Favorita si trasformava in collegio, molte dimore patrizie - suddivise in appartamenti - erano date in affitto o restavano chiuse; altre venivano spogliate degli arredi, vendute per necessità, messe all'asta, cedute a creditori: e molte finivano in mani borghesi, cambiando nome come la Villa Signorini, la Villa Aprile, la Villa Bruno (prima denominate rispettivamente Granito di Belmonte, Riario Sforza, Prota) ed altre ancora. Da Napoli, allora, venne l'uso di spostarsi in queste ville d'affitto, preferite da famiglie di notai, magistrati, professionisti: l'avvocato Mario Venditti, Fausto Nicolini, il maestro Enrico De Leva amavano ricordare quelle loro villeggiature giovanili. Portici - con la sua frazione di Bellavista - resistette più a lungo, essendo più vicina a Napoli e ad essa collegata col tramvai: si diffuse colà una modesta edilizia di fabbricati a due piani, in pseudo liberty, con vasche e statue di cemento, mobili di finto rococò come se ne vedono oggi nella Villa Bruno di San Giorgio a Cremano, uno dei pochi esempi rimasti di appartamento borghese pretenzioso, con conversazioni tra rosoli, fanciulle al pianoforte e tenori casalinghi.
Una delle ultime roccaforti fu la villa dell'editore Ferdinando Bideri, che riceveva a Portici poeti e musicisti di canzoni. Anche piccoli commercianti, in vena dì ostentazione, emularono in modeste proporzioni gli ozi della società napoletana di un secolo e mezzo prima, disseminando Bellavista di ville con i balconi a colonnine di cemento, diramando inviti agli amici di città per pranzi, che talvolta erano così poco sontuosi da richiedere che l'invitato portasse lui da Napoli doni di cibarie. Almeno così ironizzava una canzonetta (di F. Fiore e G. Donnarumma, del 1939) dal titolo "Bellavista" che diceva (era un cavallo di battaglia del tenore Rubino): "Veniteme a truvà, sto a Bellavista, tengo 'na bella casa, bene esposta. Vuje purtate nu pullastro...".
Finiva così - con l'invitato che in tram raggiungeva l'anfitrione portandogli un cesto di derrate - la gloria delle ville vesuviane, con i pasti e le cene con camerieri in pompa, tra musiche e zampillar di fontane... Dalla metà del Settecento, tutta Napoli aveva appuntato la sua attenzione, il suo desiderio e la sua ostentazione di ricchezza, su quella striscia magica tra le pendici del Vulcano e la costa tra Vigliena e la Torre: un luogo ridente e salubre dove la terra svelava tesori archeologici e offriva ortaggi squisiti e vigneti pregiati. Ischia era stata un luogo di caccia e diventava termale; Capri rimaneva aspra e lontana, senza approdi; cominciava appena la fama di Sorrento; Positano era ancora ignota.

.........Dalla Corte borbonica al Giappone; da un Re ad un Presidente di repubblica. Piace chiudere questa serie di appunti così, lasciando l'argomento a chi voglia approfondirlo, ma più ancora lasciando nel lettore un'eco di vicende, illustri e non, che possono alla prima incuriosire ma alla fine conducono la mente ad una più seria considerazione su quanto fosse fervida la Napoli capitale, ricca di splendori architettonici, in un paesaggio che poi è stato offeso e stravolto. La nostra epoca non è stata capace di salvaguardare le splendide ville nè i boschi, il mare, l'ambiente tutto che faceva loro corona e faceva del Vesuvio un riferimento per i viaggiatori, uomini di cultura, turisti di tutto il Mondo. la conclusione non ci onora per nulla.

Max Vajro
....da "Gli abitanti delle Ville Vesuviane" ed. La Provincia di Napoli 1991 N.2/4
 
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